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18/10/2021

Antonio Librandi, la storia, il ricordo

«Primogenito di sei figli (Filomena, Maria, Vittoria, Nicodemo e Francesco) nacque a Cirò, che all’epoca era in provincia di Catanzaro e comprendeva anche la frazione Marina divenuta comune autonomo nel 1952. I genitori erano Teresa De Franco e Raffaele, vitivinicoltore e coltivatore diretto ma anche estimatore e intraprendente piccolo imprenditore. 

Per tutti, Tonino, fin da ragazzo, affianca il padre in campagna e in tutte le altre attività tra le quali quella enologica era la principale. Tralasciando gli studi –  gli rimarrà il cruccio di aver abbandonato dopo la licenza elementare –  s’impegna in una fase di crescita che all’inizio degli anni Cinquanta vede i Librandi titolari, oltre che dell’attrezzata cantina sita nel centro cittadino, di diversi appezzamenti (circa 6 ettari) e di altri terreni in fitto.
Allora il vino dei Librandi era apprezzato ma, come tutta la produzione cirotana di quel periodo, si commercializzava sfuso, in piccole botti di 2-3 ettolitri. 
Rinomato fin dall’antichità, il Cirò agli inizi del 900 era già un caso a sé nel panorama enologico. I vigneti estesi circa 1.500 h non sfuggirono all’attenzione dell’INEA, l’Istituto nazionale di economia agraria che nel 1931 li definì: “un’oasi vitata nel deserto del latifondo cerealicolo-pastorale”.

Altre considerevoli spinte positive erano derivate nel primo dopoguerra per la concessione di quote agli ex-combattenti e poi nel periodo 1944-50 per i movimenti contadini e bracciantili e la Riforma agraria.
I nuovi assetti non trovarono impreparata la famiglia Librandi: nel 1953, quando il primogenito rientra dal servizio di leva militare da carrista ad Aviano, Raffaele Librandi (allora 48enne) decide di passare a lui la mano. 
Appena 21enne, si tuffa nell’impresa cogliendo il precoce ricambio generazionale facendosi notare per capacità e carattere. Lo stesso anno costituisce la società «Scala e Librandi» insieme ad Antonio Scala, esponente di una famiglia di imprenditori locali, che si dota di un piccolo impianto per cominciare l’imbottigliamento del Cirò.

L’inizio degli anni Sessanta segna ulteriori novità. Tonino, che nel 1956 aveva preso moglie (Filomena Zito con la quale avrà tre figli, Raffaele, Walter e Daniela Anna), guarda subito alla prospettiva aperta dalle Denominazioni di Origine che vedrà il varo della DOC Cirò nel 1969, prima in Calabria e fra le prime in Italia.  

Raccoglie con entusiasmo la nuova sfida e nel 1967 avvia in proprio l’imbottigliamento dei vini col debutto, con la vendemmia del 1968, del primo Cirò DOC etichettato col marchio «Azienda Agricola Librandi Antonio Cataldo». 
All’inizio contava su tre operai e un camioncino con autista per le consegne nelle provincie calabresi ma i suoi vini erano considerati tra i migliori in Calabria, come aveva confermato Luigi Veronelli nel suo «Catalogo Bolaffi dei Vini Del Mondo». 

Intravedendo possibili sbocchi sul mercato nazionale, negli anni Settanta coinvolge il fratello Nicodemo, allora studente universitario di Matematica a Roma che diventa agente e rappresentante nella Capitale. Ha così modo di percepire tempestivamente i profondi mutamenti in corso nel mondo del vino e le inedite prospettive di un mercato che stava vivendo cambiamenti epocali. E quando il fratello rientra a Cirò Marina e si divide tra l’impegno di docente di matematica e di suo stretto collaboratore, nasce un tandem che vedrà per circa un quarantennio Nicodemo schierato sul fronte della produzione e della commercializzazione e il fratello maggiore a gestire la cantina, il personale e l’amministrazione.
L’imbottigliamento dei Cirò Doc si rivela un successo ma, considerandolo solo un punto di partenza, d’intesa con Nicodemo mira a produrre vini nuovi elevando la qualità della gamma e nel 1972, ingaggia l’enologo Severino Garofano, antesignano dei nuovi vini del Sud.

Il 1973 si rivela un anno di cambiamenti. I primi viaggi del fratello in Germania aprono l’export e nel giro di pochi anni la rete dei clienti Librandi si estende in Belgio, Lussemburgo, Olanda, Inghilterra e Svizzera e poi pure in Austria e nei Paesi scandinavi.
Nel 1974 gli viene conferito il Diploma di Benemerenza alla più importante manifestazione vinicola italiana che allora si chiamava ancora Vinitaly-Fiera di Verona.
L’anno dopo completa la nuova cantina in contrada San Gennaro di Cirò Marina, una struttura con vasche in cemento, serbatoi inox, linee di vinificazione e imbottigliamento. 
Il 1975 è un anno di svolta pure nel privato: Tonino, nel frattempo divorziato, sposa Concetta Sicilia, insegnante, che gli darà due figli (Francesco e Teresa).
L’azienda, che aveva acquisito altri piccoli appezzamenti, dieci anni dopo si dota d’una proprietà di oltre 40 ettari in agro di Strongoli trasformando in vigneti le vecchie colture.
Nel giro di qualche vendemmia nascono tre nuovi vini, un bianco, un rosato e un rosso, tipologie e tagli di varietà mai prima d’allora vinificate in Calabria. Si chiamano Critone, Terre Lontane e Gravello. Senza trascurare la produzione dei vini del territorio, insiema al fratello Nicodemo, dà vita a inediti prodotti d’eccellenza utilizzando anche vitigni internazionali e determinando un effetto-choc nel mondo enologico non solo locale. 
Ottiene prestigiosi riconoscimenti: al Vinitaly del 1985 il Premio CanGrande-Benemeriti della Viticoltura. Poi saliranno sul podio i nuovi vini: in particolare il Gravello: il 1° dicembre 1994, Tonino riceve dalle mani di Daniele Cernilli l’attestato dei “Tre Bicchieri” per il Gravello 1989 premiato fra i migliori vini d’Italia dalla Guida Gambero Rosso-Slow Food (l’ambita gratificazione verrà confermata altre dieci volte tra il 1990 e il 2016).
Negli anni Novanta i vini della «Librandi di Antonio Cataldo e Nicodemo» crescono in numeri, qualità ed export acquisendo una specifica immagine presso i consumatori e gli esperti. Così i due fratelli preparano un altro passo importante che intreccia la riscoperta, attraverso attività di ricerca e sperimentazione, dell’ampio patrimonio varietale dei vitigni autoctoni calabresi con ulteriori investimenti in vigneti e la consulenza di un nuovo enologo. 
Nel 1997 la proprietà si accresce coi 160 ettari della tenuta Rosaneti, a cavallo dei territori comunali di Rocca di Neto e Casabona e, sei anni dopo, altri 89 ettari limitrofi, compresa una dimora padronale ottocentesca.

È una fase che impegna l’azienda nella realizzazione di un altro progetto di respiro imprenditoriale e culturale affidato all’enologo Donato Lanati, consulente stimato a livello internazionale. Si tratta di un programma di ricerca scientifica applicata, con campi sperimentali e l’adozione di procedure di viticoltura di precisione. 
Gestisce la nuova fase di crescita rivoluzionando la cantina, decuplicando l’area coperta (7mila metri quadri) e la capacità produttiva arrivando ai circa 60.000 ettolitri di stoccaggio. Razionalizza gli spazi di lavorazione, adegua le dotazioni tecnologiche (il laboratorio di analisi, il sistema di climatizzazione) e cura anche la parte espositiva e gli ambienti dedicati all’accoglienza dei visitatori. 
Protagonista della “rivoluzione” enologica degli anni Novanta insieme alle altre aziende italiane leader del settore, Librandi conferma nel nuovo Millennio riconoscimenti e attestati di stima in Europa e nel mondo, come mai prima era riuscito un’azienda calabrese. L’ulteriore passo avanti è legato molto al successo di nuovi vini: nel ’98 viene presentato il Magno Megonio, il primo rosso da uve magliocco in purezza, nel 2002 l’Asylia che rilancia la Doc Melissa, nel 2003 l’Efeso il primo bianco secco da uva mantonico, nel 2007 due spumanti Metodo Classico, il Rosaneti, un rosè da gaglioppo e l’Almaneti da chardonnay.
Nel 2009 Librandi supera il traguardo dei due milioni e mezzo di bottiglie all’anno, raggiunge un export che sfiora il 50 per cento del fatturato e copre oltre 40 Paesi dalla Germania agli Usa, dal Giappone alla Russia, dal Regno Unito alla Cina, Danimarca, Libano e Australia compresi.

L’azienda, che occupa stabilmente in cantina e negli uffici amministrativi venticinque addetti, uomini e donne e altri cento che lavorano nelle sei tenute di proprietà, si staglia –  rileva la saggista Marina Valensise –  come un “caso” fra i più emblematici di un Mezzogiorno che non si rassegna, di un Sud positivo che senza complessi guarda ai mercati esteri e alla competizione globale.
Quella del 2012 è, però l’ultima vendemmia per lui che aveva compiuto 80 anni da quattro mesi e da tempo lottava contro un’inesorabile malattia: viene a mancare nella notte del 26 ottobre. 
Con lui, il mondo del vino non solo calabrese e meridionale – sottolineano messaggi di cordoglio di esponenti nazionali e locali delle istituzioni, delle organizzazioni enologiche e dell’informazione del settore – perde una figura importante. "È stato uno dei protagonisti del rinascimento enologico italiano – ha scritto Fabio Turchetti su “il Messaggero” – una Calabria enoica, prima sconosciuta ai più, ha avuto in Antonio insieme al fratello Nicodemo dei portavoce planetari".»

(Gianfranco Manfredi) ©

Articolo completo su: http://www.icsaicstoria.it/librandi-antonio-cataldo/